On The Web Side

Grazia Inchiesta – Salvateci dall’odio online

La ministra Eugenia Roccella, nei giorni della scomparsa di suo marito, è stata aggredita sui social in modo spietato. Ma tanti vengono attaccati ogni giorno dagli “hater”. Denunce e precauzioni non bastano. Solo chi decide che cosa resta in rete può fermare questa deriva.

L’attacco contro Eugenia Roccella

Forse il punto più basso toccato in Italia dall’odio online è quello che ha riguardato la ministra Eugenia Roccella dopo la scomparsa nel lago di Vico del marito, Luigi Cavallari, 84 anni. Gli odiatori della Rete, si sa, non hanno ritegno, ma non si sono fermati nemmeno di fronte a una tragedia come quella di vedere il compagno di una vita scomparire sott’acqua davanti ai propri occhi.

Roccella è diventata un bersaglio di odio, con messaggi denigratori, feroci, disumani del tipo: “Ti sta bene”, “Dovevi morire tu”. E non tutti sono scritti da troll protetti dall’anonimato, ma da profili con nomi e cognomi.

L’odio rivolto ai personaggi pubblici

Sul caso è intervenuta la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, abituata a essere nel mirino di attacchi politici e non, come del resto tanti personaggi pubblici, dalla tennista Naomi Ōsaka, criticata per i look moda indossati sul campo prima dei match, alla campionessa ucraina Elina Svitolina, che un anno fa è stata battuta da Ōsaka e per questo è stata insultata dagli scommettitori.

Se la cantautrice Arisa posta una foto in lingerie, subito partono i commenti offensivi sul suo fisico, ritenuto eccessivamente magro, e lo stesso accade puntualmente a Elodie, che indossi uno dei suoi look audaci o che baci la sua compagna, la ballerina Franceska Nuredini, al Milano Pride.

Non tutti fanno finta di niente: l’attrice Beatrice Arnera, compagna del collega Raoul Bova, ha deciso di denunciare gli odiatori, che non le hanno perdonato la rottura con il comico Andrea Pisani e le hanno scritto: “Ucciditi, traditrice”.

Quando gli attacchi colpiscono le persone comuni

Le critiche, a volte, possono essere il rovescio della medaglia della popolarità, ma certo non le offese. E, comunque, che cosa succede quando gli attacchi online colpiscono le persone comuni?

Gli esperti dicono che dovremmo essere educati alla comunicazione digitale. La Polizia Postale consiglia di salvare tutti i commenti offensivi così da poterli allegare a una denuncia e di non rispondere mai agli attacchi.

L’odio online è pervasivo, eppure sembra che nessuno possa o voglia regolarlo, o prevenirlo. Così gli utenti anonimi che si ergono a giudici delle vite altrui possono contare sul fatto che resteranno impuniti.

Gli strumenti legali e i limiti della tutela

«Il nostro ordinamento fornisce diversi strumenti per contrastare l’odio online, ma in Tribunale è difficilissimo dimostrare il peso di quel commento dal punto di vista psicologico», dice l’avvocata Alberta Antonucci, fondatrice di On The Web Side.

«Qualora si tratti di un contenuto offensivo, ma senza gli estremi della diffamazione, la tutela può risultare limitata. L’offensività di un’espressione è valutata alla luce del contesto, del suo significato

oggettivo e del principio di continenza verbale. In mancanza di tali presupposti, il procedimento può concludersi con un’archiviazione».

Che cosa si può fare allora? C’è chi propone di rendere obbligatorio l’accesso ai social con strumenti di identificazione come lo Spid, ma nessun Paese sta facendo questa scelta, per rispetto delle leggi sulla privacy.

Il modello tedesco e il Digital Services Act

«Forse dovremmo guardare all’esperienza tedesca», dice Antonucci.

«Già nel 2019 la Germania aveva introdotto una delle prime normative europee in materia, il Network Enforcement Act (NetzDG), imponendo alle grandi piattaforme l’obbligo di rimuovere tempestivamente i contenuti manifestamente illeciti, come quelli riconducibili all’istigazione all’odio, alla diffamazione o alla propaganda terroristica, prevedendo sanzioni fino a 50 milioni di euro in caso di inadempimento.

Oggi quel modello è stato in parte superato e armonizzato a livello europeo dal Digital Services Act, che ha introdotto obblighi uniformi per le piattaforme digitali in tutti gli Stati membri, imponendo procedure di segnalazione, valutazione e rimozione dei contenuti illegali.

In Italia sono stati compiuti alcuni passi avanti, ma il contrasto all’“hate speech” (il discorso d’odio, ndr) continua a essere affidato a un insieme di strumenti senza una disciplina dedicata all’odio online in tutte le sue forme».

I giovani e le ragazze sono i più esposti

Le ultime ricerche rivelano che le giovani generazioni, in particolare le ragazze, sono le più esposte ai messaggi d’odio. Secondo i dati di Eurostat, più della metà degli utenti tra i 16 e i 34 anni ha ricevuto

messaggi offensivi, ostili o umilianti per le proprie opinioni politiche e sociali, o sulle proprie origini razziali o etniche.

Forse le piattaforme, Meta, TikTok e X tra le principali, potrebbero fare di più per proteggere gli utenti, ma hanno due problemi. Da una parte, non è facile creare filtri che osservino leggi e sensibilità di ogni Paese in cui sono diffuse; dall’altra fanno dell’engagement, dei commenti e del tempo che passiamo online la base della loro fonte di reddito.

Moderazione e intelligenza artificiale

Per intercettare e bloccare l’“hate speech” non ci sono moderatori umani, perché ne servirebbero troppi. Ci si affida alle segnalazioni degli utenti e viene usata l’intelligenza artificiale.

Si ricorre a modelli di linguaggio avanzati che analizzano milioni di messaggi in tempo reale, identificando parole e frasi offensive.

«Anche le nuove tecnologie faticano a riconoscere le forme di linguaggio ambigue e sfumature come l’odio implicito o il sarcasmo», spiega Sara Tonelli, linguista computazionale, responsabile dell’unità di ricerca in Digital Humanities della Fondazione Bruno Kessler di Trento.

«Noi sviluppatori stiamo lavorando a sistemi di supporto alle persone per rispondere ai messaggi d’odio. Come integrare tutto questo su larga scala, però, richiede la collaborazione delle piattaforme. Noi non abbiamo accesso ai loro dati».

E questo è anche il motivo per cui sia praticamente impossibile indagare a fondo la disinformazione e le teorie del complotto: i dati sui social sono troppi e sono chiusi a chiave.

Un sistema che guadagna dalla polarizzazione

Lo studioso e psicoanalista Massimo Recalcati sostiene che «quando c’è odio non c’è più dialogo». Eppure, per come sono disegnati i social, ogni commento feroce può generare clic, risposte, condivisioni, tempo passato dentro un’app.

Il dialogo tanto più è estremo e polarizzante tanto più diventa fatturato.

Chiedere a chi guadagna da questo meccanismo di smantellarlo è un po’ come pretendere che un casinò spenga le slot machine. E così l’odio continua a costare poco a chi lo produce e moltissimo a chi lo subisce.

Eugenia Roccella, come Beatrice Arnera, come le migliaia di ragazze che ogni giorno ricevono messaggi umilianti, non hanno bisogno di comprensione postuma. Hanno bisogno di qualcuno che calcoli il prezzo di tutto questo e lo faccia pagare a chi lo permette.

Per intercettare e bloccare l’odio online non ci sono moderatori umani, perché ne servirebbero troppi. Ci si affida alle segnalazioni degli utenti e viene usata l’intelligenza artificiale.

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