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Chi protegge i bambini da Squid Game: Alberta Antonucci per Grazia

Tra i ragazzi tutto è ormai popolare: dai giochi al cibo, fino ai costumi dei protagonisti andati a ruba per la festa di Halloween…

Squid Game è la serie distopica coreana vietata ai minori di 14 anni, che racconta la storia di un gruppo di persone costrette a sfidarsi in giochi per bambini, che si riveleranno mortali, per vincere un montepremi da sogno. La serie, vista nel mondo da 142 milioni di famiglie nelle sue prime quattro settimane, è diventata un fenomeno virale, soprattutto tra i giovani.

Tra i ragazzi tutto è ormai popolare: dai giochi al cibo, fino ai costumi dei protagonisti andati a ruba per la festa di Halloween. In questo bagno di condivisione incontenibile la storia con i suoi personaggi, ma anche gli elementi di violenza e di crudeltà che accompagnano il destino dei giocatori, sono arrivati senza filtri ai minori di 14 anni, superando tutti i divieti dei sistemi di classificazione della serie, imposti dal fatto di essere contenuti ritenuti dannosi per lo sviluppo fisico, mentale e morale dei minori.

Nella Squid Game-mania, alimentata quotidianamente dalle piattaforme social e dai giochi online, i bambini sono stati conquistati da sfide che, come un cavallo di Troia, nascondono atrocità e disperazione. E proprio per questo motivo non sono tardati ad arrivare gli appelli dei dirigenti delle scuole primarie e secondarie, che hanno esortato i genitori a verificare che i propri figli non accedessero a quei contenuti aggirando i controlli. Bisogna quindi chiedersi: di chi è la responsabilità se i bambini guardano serie a loro vietate? Ne ha parlato, al Mercato internazionale audiovisivo, Francesco Soro, avvocato e direttore generale per i Servizi di Comunicazione elettronica, di radiodiffusione e postali: «C’è anzitutto bisogno di un cambiamento culturale, che deve cominciare da una valutazione, alla luce della rivoluzione digitale, di quali siano oggi i contenuti nocivi per i minori e i canali dove questi siano fruibili», ha detto il direttore dell’organismo che dipende dal ministero dello Sviluppo economico, al cui interno opera il Comitato media e minori. «Bisogna lavorare, poi, su tre linee: allargamento del perimetro di monitoraggio e controllo delle istituzioni; prevenzione e sensibilizzazione, insieme con i media; infine, recupero della responsabilità genitoriale, che dovrebbe supervisionare le attività che i ragazzi svolgono online quando sono soli nella propria camera».

Il fenomeno Squid Game ha infatti portato alla ribalta un tema già noto, quello della flessibilità del web e della sua grande capacità di eludere i limiti imposti dalla legge: i ragazzi hanno visto parti della serie attraverso la condivisione di molteplici pillole sulle piattaforme social e sui canali di intrattenimento. 

Il mondo della comunicazione e del godimento dei contenuti audiovisivi è cambiato e ha indebolito la capacità di controllo e monitoraggio. In passato la diffusione avveniva attraverso la televisione generalista e poi attraverso i canali monotematici, a cui si è aggiunta la pay tv anche nella forma “on demand”. In quell’ambiente arginare e contenere l’accesso a programmazioni non appropriate era relativamente facile mediante la selezione di determinate fasce orarie, oltre alla maggiore agilità del controllo fisico esercitato a casa dai genitori, anche in modo automatico con il cosiddetto “parental control” (i filtri dei contenuti presenti in computer, motori di ricerca, applicazioni, ndr). Oggi la diffusione via web abbatte questi muri e l’autonomia del minore è esponenzialmente superiore.

Netflix, il canale di streaming che ospita la serie coreana, ha aggiornato all’interno del proprio sito le impostazioni di “parental control”, dando una migliore possibilità di controllo alle famiglie. Tuttavia, nel momento in cui si adottano tutti questi accorgimenti, gli stessi frammenti della serie riescono ad aggirare gli ostacoli e arrivano sulle piattaforme più famose di social network e quindi inevitabilmente agli adolescenti.

C’è forse il rischio che i minori di 14 anni possano trasformare giochi di Squid Game in sfide pericolose, un fenomeno già molto diffuso? Tiziana Liguori, dirigente del compartimento di Polizia postale di Milano, dice che finora non ci sono state segnalazioni di challenge pericolose connesse ai giochi di Squid Game, ma invita comunque adulti e ragazzi a segnalare contenuti online che possano far pensare a sfide estreme.

Liguori ha lasciato un importante suggerimento sul quale siamo tutti invitati a riflettere: «La tendenza delle famiglie è quella di delegare il controllo di che cosa i figli guardano o fanno al computer alla scuola, alle applicazioni stesse, oppure a sistemi automatizzati. Il problema è che i minori vanno seguiti di persona e vanno stretti patti di lealtà con i figli. La tecnologia è utile, ma deve essere accompagnata dal controllo dei grandi. La notte lo smartphone dei ragazzi va messo in carica in un’altra stanza e noi genitori dovremmo dare il buon esempio, facendo altrettanto».

Zero scuse, insomma. I genitori devono controllare, nessuno si auspica manovre come quella recente in Cina, dove il governo si è interposto tra le famiglie per disciplinare quanto tempo i giovani devono stare sui social o giocare online. Lucia Milazzotto, direttrice del Mercato internazionale Audiovisivo, ha promosso diversi eventi per sensibilizzare l’industria cinematografica, audiovisiva e digitale sulle tematiche che riguardano i minori affinché le medesime regole e l’etica che vigono per la televisione tradizionale, possano essere adottate anche per questi nuovi media. «Per il settore audiovisivo il pubblico dei bambini e degli adolescenti, conosciuto come Kids&Teens, è molto interessante perché questi sono i maggiori consumatori di contenuti audiovisivi», ha detto Lucia Milazzotto. «Alla luce di tale dato, mai come oggi, i nuovi media necessitano di una regolamentazione che li renda sicuri e che tuteli le generazioni future».

Il 20 ottobre anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, parlando al Senato di servizi e mercati digitali, ha detto: «Ciò che è illecito off-line, lo è anche online». Il mondo fisico e quello virtuale sono uguali. E con questa esortazione c’è la speranza che, con la collaborazione di tutti, si riescano a proteggere i ragazzi da contenuti per i quali non sono ancora pronti.

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