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Social, quando un post finisce con una condanna in Cassazione di un anno e sei mesi

Ecco perché la Cassazione ha confermato la condanna a un anno e sei mesi di reclusione nei confronti di una donna accusata [..]

di Elena Dal Maso

Ecco perché la Cassazione ha confermato la condanna a un anno e sei mesi di reclusione nei confronti di una donna accusata di atti persecutori e diffamazione aggravata attraverso l’uso dei social network. Il commento degli avvocati Antonucci e Pasella.
La rete non è un Farwest dove poter esprimere osservazioni e commenti che rischiano di ledere la sfera privata di una persona. E i post intimidatori sui social network rischiano di finire in tribunale con condanne penali significative, come emerge da una storia finita in Cassazione.

La storia

Una donna, infatti, è stata condannata a un anno e sei mesi di reclusione dalla Corte d’Appello di Milano per il reato di atti persecutori e diffamazione aggravata commessi attraverso l’uso dei social network.
In questa fattispecie è stato applicato il nuovo orientamento giurisprudenziale riguardante l’articolo 612-bis del Codice Penale per aver ripetutamente e quotidianamente minacciato e offeso, attraverso post intimidatori sui social network, un consulente del Tribunale nominato dal giudice e coinvolto in un caso di separazione personale dell’imputata.

Perché la Cassazione ha confermato la condanna

La difesa in Cassazione ha impugnato la sentenza di secondo grado lamentando la mancata assunzione di una prova considerata decisiva, oltre all’assenza del reato di diffamazione, sostenendo che le parole dell’imputata erano solo «pungenti» e non diffamatorie, ritenendo quindi la pena troppo severa.

Tuttavia, la Corte Suprema ha rigettato tali motivi confermando la sentenza di condanna, stabilendo con approccio evolutivo che anche la pubblicazione frequente e minacciosa di post diffamatori sui vari social network costituisce un atto persecutorio e che l’esercizio del diritto di critica non giustifica l’offesa alla sfera privata di un individuo.
Inoltre, la Corte ha confermato che la condotta processuale dell’imputata non presentava attenuanti e la pena inflitta non era eccessiva.

Attenzione a commenti, messaggi, anche in direct

«Ne consegue pertanto che il reato di Stalking si configurerà non solo per le condotte
classiche come gli appostamenti e gli inseguimenti ma anche a seguito della pubblicazione ripetuta e minatoria di commenti, messaggi e direct message diffamatori sui social networkcontro profili personali e/o business comprendendo ovviamente anche agli influencer», il commento
degli avvocati Alberta Antonucci e Luca Pasella dello Studio Legale On the Web side specializzato nel diritto del web.
Questa sentenza potrebbe limitare e dissuadere gli attacchi degli hater in rete, «resta tuttavia da risolvere l’annoso tema dell’identificazione degli «odiatori» che di sovente si celano dietro profili falsi o robotici. Questo sarà il prossimo passo da regolamentare», sottolineano gli avvocati.

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